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La carta a mano di Amalfi

La scoperta della carta è universalmente attribuita a Ts'ai Lun, un ministro cinese, nel 105 dopo Cristo. La leggenda narra che Ts'ai Lun notò le fibre staccate dall'azione di strofinio e di battitura di panni logori da parte di una lavandaia. Tali fibre, galleggiando, andavano a riunirsi in un velo di fibre che Ts'ai Lun osservò, raccolse con delicatezza e pose a seccare sull'erba. Quando le fibre si seccarono Ts'ai Lun notò che il foglio formatosi aveva una certa consistenza, era bianco e morbido. Ciò gli diede la grande idea, quel foglio poteva ricevere la scrittura. Il perfezionamento di quest'arte si compì attraverso tutto il mondo, a partire dal luogo di origine, molto velocemente. Nel Giappone la carta arrivò VI secolo dopo Cristo. In occidente giunse prima in Arabia e successivamente si affacciò al Mediterraneo. La nuova arte ebbe successo in poco tempo e sostituì la fabbricazione del papiro.

Anche i materiali utilizzati per la produzione della carta subirono un perfezionamento. Il gelso fu sostituito dal bambù con opportuni trattamenti. Furono poi adoperati il lino, la canapa e poi gli stracci. Trattandosi di un procedimento meramente artigianale ogni cartaio aveva la sua ricetta segreta. Spetta, però, alle popolazioni italiane il merito di aver compiuto i primi passi verso una produzione, per così dire, più industriale. Molte operazioni puramente manuali furono meccanizzate, sia pure con i mezzi rudimentali allora conosciuti, a vantaggio della produzione e dei costi.

I territori delle Repubbliche Marinare (Amalfi, Pisa, Genova e Venezia) sono tra i primi in cui, nel XII e XIII secolo, si scoprì l'esistenza della carta. Queste Repubbliche, grazie agli intensi rapporti commerciali intrapresi con l'oriente, avevano la possibilità di imparare l'arte di fabbricare la carta senza troppe difficoltà. Tra di esse Amalfi sembra essere la prima città ad aver introdotto tale tipo di lavorazione. Ad Amalfi si sviluppò una vera e propria industria cartaria che vide in breve tempo nascere e svilupparsi innumerevoli cartiere che hanno contribuito a rendere questo paese famoso in tutto il mondo per la sua pregiata produzione cartaria. La maggior parte delle Cartiere furono impiantate lungo la Valle dei Mulini.

Nel 1700, grazie alla formazione del catasto onciario, sappiamo che erano in attività nel centro cittadino 11 cartiere della capacità di 83 pile (vasca di pietra in cui si pestavano i cenci per farne carta). Alcune di esse erano dei grandi complessi, con "spandituri" (locali con ampie finestre e numerose fenditure, adibiti all'essiccamento della carta disposta su filari longitudinali); altre invece di più modeste dimensioni. La materia prima, gli stracci, era raccolta nelle strade delle di Amalfi e delle zone limitrofe. Parte veniva anche da fuori.

Le cartiere, però, a causa della loro ubicazione erano soggette ai danni delle alluvioni, che portava l'acqua ad essere accompagnata da detriti, e alla siccità che con la scarsa quantità di acqua non era sufficiente "a battere tutte le pile" e rendeva quindi necessaria una turnazione. Le complesse e gravi vicissitudini storico - politico - sociali e soprattutto l'industrializzazione diedero un fortissimo colpo alla produzione della carta, come alle altre piccole industrie amalfitane, che non poterono stare al passo dei tempi.

I cartai amalfitani, opponendo spirito di sacrificio e tenace volontà, continuarono la produzione in virtù soprattutto della tradizione. Generazione in generazione, da padre in figlio, conservando sempre quella intraprendenza insita nel loro carattere. L'ultimo e tremendo colpo al tracollo dell'industria cartaria fu la catastrofica alluvione del novembre 1954. Essa distrusse la maggior parte delle cartiere. Delle sedici ancora in attività all'epoca della catastrofe ad Amalfi, ne rimasero soltanto tre.

La Fabbricazione Artigianale

Un atto notarile del 1759 riporta una dettagliata descrizione di una cartiera amalfitana di quell'epoca, che risulta costituita da diversi ambienti, ognuno riconducibile ad una precisa fase di lavorazione: la stanze delle "pile", quella del tino, dello "stracciaturo", della caldaia, dell'officina, dell'"asciugaturo" ed infine dello "spannituro".

Innanzitutto la materia era costituita dai cenci di cotone, lino o canapa, che venivano raccolti in apposite vasche di pietra, denominate "pile".
Nelle pile, riempite d'acqua, gli stracci venivano ridotti in poltiglia da una serie di magli in legno, alle cui estremità erano sistemate punte in ferro, prodotte nella grande Ferriera oppure nelle fucine di Pogerola.

Il tempo di battitura, la forma e le dimensioni delle punte, determinavano la consistenza della poltiglia e quindi, la grammatura o lo spessore dei fogli di carta.
Il magli venivano azionati dalla forza dell'acqua che, precipitando su di una grande ruota a contrappeso il "rotone", trasferiva il movimento ad un albero di trasmissione detto "fuso", che a sua volta muoveva i battenti.

In una fase successiva la poltiglia così ottenuta, passava in un grande tino di muratura internamente rivestito di maioliche, quivi veniva miscelata a sostanze sbiancanti ed un certo quantitativo di collante animale, che si produceva nei locali caldaia.

Gli operai poi, a mani nude, calavano nel tino la "forma", una sorta di griglia di fili di bronzo o di ottone, bordata di legno il "cassio", che tirata fuori del tino rimaneva coperta di poltiglia (dalla quale attraverso la griglia defluiva l'acqua).
Le varie forme recavano al centro la filigrana, ovvero il marchio di fabbrica che, visibile unicamente in controluce, serviva a contraddistinguere non solo i cartari ma anche il tipo di carta prodotta.
Ancora oggi sono visibili nel Museo della Carta esemplari di antiche filigrane, i cui motivi più ricorrenti erano lo stemma amalfitano, l'ancora e gli stemmi di nobili casate amalfitane.

La forma di poltiglia così ottenuta veniva a questo punto trasferita su apposti panni di feltro che, coperti con un altro panno, veniva stratificandosi, man mano l'operazione procedeva, fino a realizzare una vera e propria catasta di fogli gocciolanti...
La catasta passava quindi alla successiva fase della "pressatura" ove, mediante un grande torchio in legno di liberava dell'acqua residua i fogli di carta che, staccati uno ad uno dai feltri, passavano poi nello "spannituro" per l'ascigamento definitivo.

Gli spannituri ovvero spanditoi erano dei grandi cammaroni vuoti dalle ampie finestrature, costruiti nella parte più alta della cartiera, a cavallo del fiume, in modo da recepire al massimo le correnti d'aria che scendevano dalla valle. Una volta asciugati, i fogli passavano nella stanza "dell'allisciaturo", ove venivano accuratamente stirati. Terminava le operazioni il rifilo dei fogli, che rilegati in pacchi, erano pronti per la vendita o per ogni altro utilizzo.

L'intero processo produttivo era svolto da varie figure professionali, non ultimi giovanissimi apprendisti, una sorta di unico grande ingranaggio fatto di uomini e macchine, sotto la meticolosa soprintendeva di un "magister in arte cartarum" il maestro cartaro.

Il procedimento di fabbricazione descritto è rimasto praticamente immutato dal Medioevo, in quanto l'introduzione di nuove macchine quali la "molazza" e "la macchina olandese" a seguito della Rivoluzione Industriale (fine XVIII sec), ebbe unicamente il pregio di alleggerire il lavoro dell'artigiano e di velocizzarne alcune fasi...

(l'ultimo testo è tratto dal sito dell'AAST di Amalfi)

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